mercoledì 4 dicembre 2013

LA CGIL ALLE PRIMARIE? NO, GRAZIE! - di G. Cremaschi


di Giorgio Cremaschi

La mail di sostegno a Cuperlo che gira nelle sedi dello SPI, il sindacato pensionati che organizza la metà di tutti gli iscritti alla CGIL, non è solo un goffo infortunio, ma un segno chiaro della crisi del primo sindacato italiano. La CGIL, per il bene suo e di chi rappresenta, farebbe bene a tagliare il cordone ombelicale che lega i suoi gruppi dirigenti al PD. Come fa un leader della CGIL ad essere credibile nella critica all'austerità, quando ci sono questi legami con il principale partito dei governi dell'austerità? Il collateralismo con i partiti e i governi è sempre stato un male per il sindacato. Non a caso questo termine è stato inventato nella CISL, quella di una volta che sentiva il bisogno di allontanarsi dalla DC, non quella di oggi collaterale a tutto.
Questa mail non è l'errore di qualche funzionario troppo solerte, ma la prova che anche in CGIL il rapporto con la politica oggi è malato e deve cambiare radicalmente. Certo che la CGIL deve fare politica, ma lo deve fare attraverso le sue piattaforme, le sue lotte, il suo punto di vista. Il sindacato fa politica partendo dai bisogni di chi rappresenta, ma i suoi dirigenti non fanno i politici.
Cinquanta anni fa il dirigente sindacale che diventava improvvisamente assessore o parlamentare poteva anche rappresentare un successo dei lavoratori, oggi non è così. E a maggior ragione, oggi come ieri, il dirigente sindacale che diventa manager d'impresa fa pensare che questo nuovo incarico sia stato costruito mentre si esercitava il vecchio.
L'indipendenza dei sindacalisti è oggi fondamentale e sono necessarie regole di trasparenza sul possibile conflitto di interessi tra dirigenti sindacali, partiti, imprese. 
Si potrebbe cominciare con una piccola, semplice regola: i dirigenti della CGIL, dalla fine dell'incarico, non possono passare a direzioni aziendali pubbliche o private per cinque anni e non possono entrare nelle istituzioni politiche per almeno un anno. Altrimenti pagano forti penali al sindacato che danneggiano. 
Perché deve essere chiaro che il primo danneggiato dalla scarsa autonomia dei dirigenti sindacali è il sindacato stesso. 
Questa misura non impedirebbe certo che i dirigenti della CGIL tornino in un posto di lavoro o facciano militanza nei partiti, semplicemente eviterebbe che si usi il sindacato per altre carriere. 
Questo però non basta perché tutti questi episodi di collateralismo e di conflitto di interessi non possono essere affrontati solo con l'appello alla autoriforma sindacale. Si sa come vanno le cose quando si chiede alle burocrazie di cambiarsi da sole. Per questo è urgente una legge che affronti il tema della rappresentanza e della democrazia sindacale. 
Così come va cancellato il finanziamento pubblico dei partiti, così i sindacati devono vivere solo con le tessere volontarie e rinnovabili degli iscritti. E basta. I lavoratori in libere elezioni debbono poter scegliere chi li rappresenta senza privilegi per nessuno e gli accordi vanno approvati per referendum dagli interessati. Tre semplici regole che a parole nessuno osteggia, ma che nella pratica non si sono mai realizzate. 
Mai come in questi momenti di crisi il mondo del lavoro ha bisogno di un sindacalismo forte e indipendente dai conflitti di interesse. 

PS: Queste semplici proposte sono contenute nel documento di minoranza che abbiamo presentato al congresso CGIL, che significativamente si intitola Il sindacato è un'altra cosa. Il documento di maggioranza, sostenuto da tutto il gruppo dirigente, da Susanna Camusso a Maurizio Landini, ignora completamente il tema.

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